domenica 11 marzo 2012

Yama - le astensioni, Niyama - le osservanze

IL SAGGIO ILLUMINATO PATAÑJALI (NON A CASO DEFINITO BHAGAVÂN, IL DIVINO) IN UN'EPOCA STORICAMENTE IMPRECISATA, TRA IL III SECOLO A.C. E IL IV D.C. CODIFICÒ LO YOGA IN UN'OPERA UNICA NEL SUO GENERE - GLI   YOGASUTRA; QUESTA STRAORDINARIA RACCOLTA DI AFORISMI - 196 SÛTRAPER L'ESATTEZZA - SONO GIUNTI FINO A NOI GRAZIE A UNA ININTERROTTA TRASMISSIONE ORALE, DEFINITA COL TERMINE PARAMPAR - DA BOCCA A ORECCHIO, DA MAESTRO A DISCEPOLO.
Il saggio illuminato Patañjali (non a caso definito Bhagavân, il divino) in un'epoca storicamente imprecisata, tra il III secolo a.C. e il IV d.C. codificò lo Yoga in un'opera unica nel suo genere - gli   Yogasutra; questa straordinaria raccolta di aforismi - 196 sûtra per l'esattezza - sono giunti fino a noi grazie a una ininterrotta trasmissione orale, definita col termine paramparâ - da bocca a orecchio, da Maestro a discepolo.In virtù di questo sistema complesso e organizzato si delinea il percorso che il vero praticante dovrà seguire per ottenere l'illuminazione e la liberazione dalla catena delle reincarnazioni.
Quale cardine e punto di partenza per una comprensione ordinata di questa strada vediamo yama e niyama - le astensioni e le osservanze - da considerarsi soprattutto come il fondamento morale dell'ashtânga Yoga che si sviluppa, oltre ai due anga appena accennati, in hatha yoga, prânâyâma, pratyâhâra, dhâranâ, dhyâna e samâdhi.
Lo studio e l'approfondimento via via sempre più coinvolgente di yama e niyama, costringeranno l'adepto a una meravigliosa presa di coscienza di sé, del proprio ruolo in questo grande spettacolo della Creazione... e le sorprese potrebbero non finire qui. Ci si potrebbe trovare coinvolti in un oceano di Verità, di Conoscenza e di Amore.
Vediamo ora che cosa sono e come possono essere interpretati questi «comandamenti», assai rigorosi ed espressi in maniera da non lasciar spazio ad alcuna deroga, a nessuno «sconto».

Yama


Ahimsâ - la non violenza, un atteggiamento globale, onnicomprensivo rispetto a ciò che può «ferire l'altro» - l'uomo, l'animale, l'ambiente, tutte le cose che possono perdere la loro identità e la loro funzione. Dunque ahimsâ va ben oltre il concetto di «non uccidere»; bisogna comprendere che la freddezza nella comunicazione uccide tanto quanto un pugnale, che la crudeltà mentale è una grandissima forma di violenza così come l'indifferenza, una certa forma infida di ironia, il non saper ascoltare, non voler vedere... Pertanto l'ahimsâ rappresenta il grado più alto di inoffensività. Difficile da mettere in pratica... ma vero!

Satya - la verità, sempre, in ogni momento. Lo stolto mente con facilità, esagera nei suoi racconti, lascia intendere cose diverse dalla realtà dei fatti e in definitiva mente a sé stesso perché si pone in una condizione diversa rispetto alle esigenze della sua stessa anima. Poi, secondo Taimni, la menzogna offusca la buddhi (la pura coscienza), ovvero ottenebra quella limpida intuizione necessaria all'evoluzione. E ancora: una menzogna tira l'altra e il fardello diventa pesante e ingestibile quando si vuol procedere spediti verso l'illuminazione.

Asteya - non solo non rubare! Ma nemmeno ricercare privilegi che non ci spettano, attenzioni particolari in virtù di una posizione sociale o economica che permetterebbe, in determinate situazioni, un salvacondotto, un lasciapassare, una bustarella. Niente di niente. Bastare a sé stessi e cercare di comprendere sempre di più e sempre meglio «il nostro ruolo in questa vita», con tutto quello che ne deriva.

Brahmacharya - la continenza. E fin qui sono d'accordo: una vita sessuale smodata che genera attaccamenti di ogni tipo è contro ogni forma di igiene mentale. Non concordo però con l'astinenza assoluta indicata da molti commentatori come condizione imprescindibile al progresso spirituale, già tenendo in considerazione l'etimologia della parola brahmacharya che letteralmente significa «essere Maestri di sé stessi in Brahman». Semplicemente, il giusto distacco e l'atteggiamento appropriato in un piacevole aspetto della vita.
E' evidente invece che ad un livello avanzato di ricerca personale, spontaneamente diminuiscano gli appetiti sessuali, tanto grande e desiderabile appare il contatto con l'Assoluto che via via si è rivelato e che sappiamo essere «l'Unica Mèta».

Aparigraha - il non possesso. Pensare di possedere qualcosa, o qualcuno, è pura illusione. In questo periodo di tempo che va dalla nostra data di nascita (certa) alla nostra data di morte (?) e che sappiamo essere null'altro che una possibilità che ci viene offerta dalla Vita - la Madre Divina, la Shakti - come occasione di trasformazione e sviluppo spirituale, che posto ha il concetto di possesso?
Siamo nel bel mezzo di un grande spettacolo in cui ognuno di noi ha un ruolo, quello che ci siamo meritati grazie a tutto quello che abbiamo fatto o non fatto nelle nostre vite precedenti. Siamo gli attori, troppo spesso inconsapevoli del nostro ruolo, e infatti ci ritroviamo a interpretare Paperon dei Paperoni o la Divina collezionista di cuori infranti o il plurititolato capo di governo.
Infine si diventa schiavi e vittime di un pensiero/attaccamento costruito sul nulla.
Arriva Mara - il dio della Morte - e tutto scompare...

Niyama


Sauca - la purezza, la pulizia del pensiero, delle intenzioni e anche dell'abito che si indossa, della nostra pelle e in generale del corpo, come si evince dalle scrupolose attenzioni che lo Yoga dedica all'organismo tutto.
Mentre riferendoci a yama pensiamo a cinque precetti che vietano comportamenti dannosi per l'evoluzione personale e per l'armoniosa convivenza con il genere umano, se parliamo di niyama  osserviamo che si tratta di indicazioni disciplinari, costruttive, in vista di una vera vita yogica: da una sana, parca dieta alla molteplicità dei neti, dei dhauti e dei prânâyâma purificanti e ossigenanti.
Contemporaneamente, depurati dalla spazzatura altamente inquinante dei pensieri abituali che affollano la mente e su cui di solito non si ha alcun potere di controllo, avvicinandoci alla meditazione osserviamo l'alba del nostro riscatto, la luce radiosa dell'Eterno che si fa strada.
La meditazione dunque come panacea e come espressione di una Realtà vera, senza ambiguità.

Samtosa - l'appagamento, proprio il contrario della frustrazione (sentimento assai diffuso che fa apparire l'erba del vicino sempre più verde).
Samtosa rende assai bene l'idea di quiete, di pacificazione allorché si accetti l'idea che non esiste un Dio capriccioso che fa e disfa le cose secondo l'umore del momento ma si capisca che la fortuna e la sfortuna non esistono e tutto deriva da un Principio Originario che è la matrice stessa della Vita, delle Coscienza e dell'Amore - sat-cit-ânanda. E noi siamo QUELLO.

Tapas - la fede, il fuoco ardente dell'Amore per il Divino che consuma e rigenera.
Questa fiamma va mantenuta costantemente viva, a qualunque costo, ed è la base per una sana spiritualità fatta di gioiosa consapevolezza e di allegra condivisione con il prossimo piuttosto che di funeste pratiche autopunitive, di sacrifici non richiesti, di volti lividi e senza sorriso. «Un santo triste è un triste santo» recita un proverbio.
Buddha stesso, dopo anni di penose pratiche ascetiche, comprese che il volto di Dio si rivela soprattutto nella gioia; e la notte successiva a questa scoperta, seduto sotto l'albero della bodhi, Egli ottenne il nirvâna.

Svâdhyâya - lo studio di sé e del Sé. Uno studio non in chiave psicologica ma logico e deduttivo.
Qui possono essere di aiuto le biografie dei santi e degli illuminati, di coloro che hanno ottenuto la liberazione in vita: gli eletti!
E ancora, comprendere il coraggio di queste grandi anime che non hanno voluto smarrirsi nella giungla dei senza dio e, pagando sempre prezzi altissimi, avendo annientato il proprio ego, si sono purificati al calor rosso dell'abnegazione, hanno superato sé stessi e hanno spezzato la ruota delle reincarnazioni. Finalmente la libertà: il kaivalya.

Îsvara pranidhâna - la resa: l'abbandono a Dio quale Ente Supremo, solo conoscitore della «Legge di causa ed effetto» e dunque il reggitore stesso della vita nella molteplicità delle sue espressioni.
L'abbandono alla volontà suprema è la più alta forma di ascesi ed è ciò che contraddistingue il vero illuminato. Affrontare il proprio percorso spirituale secondo questo principio garantisce, senza ombra di dubbio, la conoscenza e la liberazione in vita.

  

di Lisetta Landoni per www.yoga.it



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